La Storia p.2

Nel 1313 Clemente V lo iscrisse nell’Albo dei Santi. In tutte le edizioni della Divina Commedia i commentatori del Canto III dell’Inferno, ritengono che i versi:

Data:
12 Novembre 2020
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Guardai e vidi l’ombra di Colui Che fece per viltade il gran rifiuto

Siano dedicati a Celestino V, che Dante pone fra i peccatori d’ignavia, ma sembra impossibile che il Celestino V poeta voglia classificare tra quei peccatori un uomo, di si austere e sante virtù, da essere innalzato dalla  Chiesa all’onore degli altari.
Bonifacio VIII fu accusato dai suoi nemici di crudeltà e tirannia:

Sotto i colpi che invidia gli diede

Ma i suoi difensori e specialmente Pietro Caietani, il Biseth, Giorgio da Rimini e altri, lo liberarono delle accuse dei seguaci di Re Filippo suoi avversari e dinanzi al Papa Clemente V fecero rifulgere la sua figura di purezza e di gloria.
Nel Castello di Fumone è stato sepolto l’antipapa Maurizio Burdino, ex arcivescovo di Braga, il quale, succedendo a Gelasio II (Caietani), fu elevato alla tiara da Enrico III, prendendo il nome di Gregorio VIII; si ritiene che il corpo di costui riposi nello spessissimo muro di un intercapedine che divide il castello dall’attuale Villa . Era Bordino un ribelle, un orgoglioso e un persecutore dei deboli, ma il Papa Callisto II, successore di Gelasio II, ne represse le audacie e le ribellioni, facendolo tradurre e imprigionare nella Rocca di Fumone, ove morì il 28 aprile 1224. Una epigrafe latina ricorda l’avvenimento ed è posta sul luogo che si crede la sua sepoltura.
Per completare la parte più interessante di questi brevissimi cenni storici, occorre parlare della famiglia dei Marchesi Longhi, che occuparono Fumone quali Castellani e Signori del luogo.

E’ inopportuno, per brevità, menzionare le origini antichissime di questa storica famiglia, che sono anteriori al secolo XII . Il primo dei Longhi che dimorò in Fumone, fu il Cardinale Guglielmo de Longis, elevato alla porpora da Clemente V dopo la canonizzazione di Celstino V, precisamente nell’anno 1323. Il fratello di lui, Marco Tullio, già custode di Celestino V durante la sua prigionià, fu eletto  Castellano perpetuo con regolare Bolla rogita ad Avignone dal notaio della Santa Sede.
I figli di Marco Tullio Longhi ne continuarono la prosapia e nel 1359 ritroviamo Giovanni Longhi cavaliere dello Speron d’Oro.
Quantunque un incendio del secolo passato distruggesse, o quasi, l’archivio dei Longhi, si ha ragione di credere che gli ascendenti di quest’ultimi contraessero unione con donne dai nomi storici ed illustri quali : Bellarmino, Malatesta, Vitelleschi, Tebaldeschi, Forteguerra, Brancaccio ed altri.
Nel 1586 Giovanni Longhi fu ascritto alla nobiltà del patriziato romano. Più volte lo stemma dei Longhi si inquartò con lo stemma dei Caetani, duchi di Sermoneta, fino a D. Emilia Caetani Longhi, morta nel 1885.
Antecedentemente, nel 1769, Longhi Pietro di Paolo s’impalmava con Donna Vincenza Caietani dei Conti della Torre.

Longhi
Nel 1772 nacque Guglielmo Longhi  di Pietro, che fu Patrizio romano, primo scudiero e gentiluomo alla Corte di Savoia, nonché cameriere segreto di Pio V (1810)
Il marchese Gaetano Longhi di Guglielmo (avo degli attuali proprietari Serventi Longhi) impalmò donna Emilia Caetani fu Enrico, duca di Caserta, sorella di Don Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta. Questi fu padre di Don Onorato ed Avo dei rappresentanti la penultima generazione, cioè gli attuali Don Leone, Don Loffredo, il defunto Don Livio, Don Gelasio, Don Michelangelo e Donna Giovannella coniugata Baronessa Grenier. Il Duca di Sermoneta ebbe anche una figlia, Donna Ersilia, coniugata contessa Lovatelli.
Il Marchese Gaetano Longhi fu anch’egli scudiero alla Corte di Savoia  e una sua figlia, Teresa Longhi, morta suora nel convento del Bambino Gesù, fu battezzata da Re Carlo Alberto. Vuolsi che il convento, a causa di questa suora eccezionale, innalzasse la bandiera italiana il giorno della presa di Roma nel 1870.
La linea maschile primogenita si estinse con i due figli maschi di Gaetano, i quali morirono in tenera età.
Gli attuali proprietari di cinque lotti del Castello di Fumone e del Santuario in cui morì Celestino V sono i suoi nipoti, i coniugi Tito ed Emilia Serventi, rispettivamente figli di Elena e Beatrice Longhi (di Gaetano). E’ in corso un decreto reale che si spera concederà a questi ultimi il diritto di portare il nome dei Longhi e di trasmetterlo ai loro minori Ugo ed Enrico.
Il proprietario di un sesto lotto è l’avv. Giuseppe Marchetti, figlio di Guglielmina Longhi.
La famiglia Longhi ha avuto, attraverso i vari Pontificati, sei guardie nobili, cioè marchese Guglielmo Longhi, marchese Carlo e Longhi marchese Francesco, ammessi  nel corpo delle guardie nobili nell’aprile  1804; Longhi marchese Alberto fu guardia nobile nel 1833 e Longhi marchese Giovanni venne ammesso nell’aprile del 1836.
E’ sicuro che ve ne sia anche un altro, del quale mi sfugge il nome.
Il Castello e La Villa sono ra tenuti con grande cura ed amore nella imperitura e cara memoria di uomini e di cose.
Il Santuario di Celestino V, cioè la prigione e la Cappella attigua, sono aperti al pubblico una volta all’anno, la seconda domenica di agosto e il Clero vi si reca con la Croce Capitolare e la reliquia del Santo, seguito in devota e numerosa processione del buon popolo salmodiante.
La villa ha conservato l’aspetto alquanto rustico e semplice delle ville patrizie romane. Non è stata turbata quella sua linea di austera signorilità con innovazioni moderne. Questo non desiderano gli attuali proprietari, decisamente conservatori delle memorie della loro antica e nobile famiglia.
I marmi rari, di pregevole e squisita fattura greca e romana, attestano, con le loro patine brune, il volgere di parecchi secoli. Una Venere di scalpello greco, appoggiata a un delfino, sovrasta una fontanina ornata in basso di terre cotte, raffiguranti maschere, di alto e raro valore artistico. Due Erme di marmo pario, dovute anch’esse a scalpello greco, raffiguranti la primavera e l’autunno, vigilano il lato esterno dell’ingresso principale e fronteggiano il viale centrale, in fondo al quale si erge una colonna in marmo istoriato, benissimo conservata nella sua integrità e nella sua patina, che attesta la sua epoca, certamente anteriore al XIII secolo. Figure mitologiche, imperatori romani, putti e figure di donne, fanno capolino fra le vecchie mortelle e i vetusti lauri. Sicuro da ogni tragedia venatoria pispiglia il variopinto cardellino tra le folte chiome degli alti pini e fra i complicati rami dei secolari cipressi. In un grigio sarcofago nidifica tranquilla, da anni, tutte le primavere, una leggiadra capinera.
La dolcezza e il silenzio del mistico ambiente ricordano i malinconici versi del poeta infelice:
Quante immagini un tempo e quante fole Creommi nel pensier l’aspetto vostro


Il principe Don Gelasio Caetani, a distanza di circa 700 anni dal suo omonimo antenato, Pontefice Gelasio II, onorò di una sua visita Il Castello nell’agosto del 1927 ed ebbe a rallegrarsi con gli attuali proprietari che la Villa avesse conservato il suo stato semplice e primitivo : L’illustre visitatore rammentava come nel volger dei secoli per parecchie volte i Caetani avevano avuto occasione di dominare e dimorare nella rocca di Fumone, sino ai tempi della prozia, Emilia Caetani Longhi, morta nel 1885.
Il turista, percorrendo i viali di cinta dell’ameno giardino pensile, resta ammirato ed estatico dinanzi alla visione grandiosa dell’esteso panorama nel vasto orrizzonte.
A ponente : la catena dei Lepini e la vallata del Sacco sino agli acquedotti della campagna romana; a levante, da Frosinone fino al Vesuvio  (visibile specialmente di notte, durante i periodi di eruzione) lo sguardo  si perde nell’enumerare la moltitudine dei paesi sparsi nelle campagne e a ridosso dei monti circostanti: a Nord la catena degli Ernici con le sue più alte vette, sempre bianche di neve dal dicembre al maggio: la Monna, alta m.1950, il retrostante Pizzo d’Eta, che misura 2027 metri, del quale si scorge soltanto l’estrema vetta; a Nord-ovest la storica Torre Caietani  (assai danneggiata dal terremoto che contemporaneamente distrusse Avezzano) fronteggiante la pittoresca Trivigliano, che conserva anch’essa le tracce di trecentesche gesta. Infine la poetica e moderna Fiuggi, fonte di salute e di vita, per chi desidera la rinascita del proprio organismo . Nell’ultimo lembo a Nord-ovest, che ricongiunge gli sguardi all’ampia vallata del Sacco, è la Leonina città di Anagni, la cui fama storica sopravvive anch’essa  imperitura.
Ora il  Castello e la Villa di Fumone costituiscono la dimora estiva degli attuali proprietari e dei loro figlioli; il visitatore vi è accolto col massimo dei riguardi e l’ospite amico vi ritorna con animo lieto


Lo stemma dei Longhi è sormontato dall’aquila di Polonia in campo rosso ed è formato, in basso nel primo e terzo quadro, dal leone bruno rampante coronato, sotto fascia verde e oro, in campo argento; nel secondo e nel quarto, la Rocca in campo azzurro, sormontata da una croce d’oro. E’ circondata dal motto : "Longa fides, Longus honor cum sanguine Longo", motto che ricorda le gesta onorifiche ed eroiche delle generazioni passate e ne fa la fede per le generazioni presenti e future.

Ultimo aggiornamento

Mercoledi 18 Novembre 2020