La Storia

Le origini storiche di questo ameno paesello, situato sulla cima di un monte isolato, avente forma di cono, fra la catena dell’Appennino centrale e quella dei monti Lepini, si perdono, come suol dirsi, nella notte dei tempi.

Data:
12 Novembre 2020
Immagine non trovata

Le opinioni degli storici sulla sua fondazione sono varie e contraddittorie. Alcuni vogliono che sia stato edificato nell’anno 244 della fondazione di Roma, al tempo, cioè, in cui l’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo, fu detronizzato e costretto a lasciare la Città imperiale. Vuolsi che Tarquinio, scacciato dall’Impero e circondato da alcuni sgherri, si facesse costruire la Rocca di Fumone, fortificata da 14 torri e da bastioni, dei quali ancora si conservano gli avanzi vetusti.
Altri affermano l’edificazione del Castello al tempo dei Goti comandati da Alarico ( anno 410 D.C.) dei quali sono noti i saccheggi e le invasioni tanto in Roma quanto nelle sue circostanti campagne.
Alcuni ne attribuiscono l’origine ai Vandali ( anno 455 D.C.), durante l’invasione degli eserciti di Genserico. In quel tempo difatti il Lazio fu invaso dai Vandali e quindi dai saraceni ( anno 846 D.C.), questi ultimi provenienti specialmente dalla Sicilia e dalla  Calabria, usurpatori e invasori di importanti ed estesi territori, specialmente dell’Italia meridionale e centrale. Del loro passaggio per le nostre campagne resta evidente la traccia negli abitanti di molte contrade, che conservano il tipo bruno nel  colore degli occhi e della pelle e specialmente nelle donne, per le abbondanti chiome corvine.
Non v’è dunque alcun dubbio che Fumone sia antichissima e che sia stata costruita in tempi nei quali s’innalzavano rocche e castelli, non a solo scopo di rifugio e di sicurezza, ma anche di strategia guerresca, poiché l’eccezionale, elevata e isolata posizione della Rocca di Fumone era eccellente vedetta e serviva per segnalazioni di pace e di guerra ai circostanti monti e alle sottostanti vallate. Il suo nome è appunto in relazione alle fumate che s’innalzavano al cielo tra una torre e l’altra : da Castro ad Anagni, da Fumone a Torre Caietani e in  tutta la vallata proseguendo sino a Roma.

Da qui l’antico detto:

Quando Fumo fumat Tota Campania tremat

Sarebbe troppo lungo e inopportuno enumerare qui tutte le Castellanie, Signorie e Custodie che presidiarono la Rocca di Fumone sotto i vari pontificati : occorrerà invece illustrare l’episodio più saliente che ne forma il ricordo storico più importante , per il quale Fumone si è reso un luogo di fama storica imperitura.
Dopo la morte di Nicolò IV, quando vieppiù infierivano le lotte interne e le fazioni travagliavano l’Italia tutta ( 1292 ), un conclave di cinque Cardinali adunatosi in Perugia, eleggeva Pontefice Massimo una modesta figura di Uomo, ritenuto in concetto di Santo sin dal Pontificato di Urbano IV.Viveva costui in solitario eremitaggio in una piccola grotta o cella situata a ridosso del dirupato Monte Majella, presso Sulmona. Si chiamava Pietro da Morrone ed era nato ad Isernia nel 1215.

Cresciuto nella religione, fu Benedettino a 17 anni e nel 1227 fondò l’ordine dei Celestini, che fu approvato dal  Pontefice Urbano IV.

celestino
Grande fu la sorpresa dell’umile fraticello, quando la nobile ambasceria dei Cardinali delegati, per eleggerlo Papa, si recò sullo scosceso eremitaggio e lo trovò assorto in devota contemplazione.
All’avvicinarsi del Cardinale Pietro Colonna e dell’Arcivescovo di Lione, Pietro pianse di commozione e si persuase, dietro le esortazioni dei Cardinali, ad accettare il Papato, assumendo il nome di Celestino V. La sua incoronazione avvenne in Aquila il 29 agosto 1294, con grande giubilo ed accorrere di popolo plaudente da ogni parte d’Italia.
Dopo la sua consacrazione, il nuovo Papa diede la porpora a parecchi Cardinali, fra i quali Guglielmo Longhi, di nobilissima famiglia di origine bergamasca (1295).
Uno degli errori più importanti che si attribuirono al carattere ingenuo ed ignaro di Celestino V nel suo breve pontificato, fu quello di stabilire la sede pontificale in Napoli.Timido e irresoluto, Celestino si trovò parecchie volte in momenti assai critici. Prese a riflettere, a ponderare su di una probabile rinuncia, considerando la propria insufficienza a proseguire l’incarico, dati i tempi facinorosi, per lui troppo grave. I Cardinali lo distoglievano da una simile idea, il popolo lo voleva Papa, ma la storia di quei tempi afferma che un frate suo amico, accorgendosi delle insidie e degli intrighi ai quali il buon Pontefice era fatto segno, lo consigliava e lo decideva senz’altro a rinunciare al papato. Chiamavasi questi Iacopone da Todi, era eminentissimo giureconsulto, nonché insigne letterato. Celestino indisse un concistoro e lesse l’atto di rinuncia il 13 dicembre 1295.
Ripreso quindi il suo saio e il suo sacco da eremita, ritornò al suo eremo, assai lieto di essere sfuggito alle gravi cure di quel Papato tanto ardue da sostenersi.
Il giorno 24 dicembre 1295 veniva eletto Papa Benedetto Caietani, assumendo il nome di Bonifacio VIII.
Nel frattempo Pietro da Morrone, non più sicuro del suo impervio ritiro, se ne era fuggito per boschi e per valli, ramingando in cerca di un più tranquillo e sconosciuto rifugio.Celestino VIl Papa Bonifacio VIII, fattosi amico in quel tempo di Carlo II d’Angiò, temendo, a causa di Celestino, disordini e perturbamenti avversi alla Chiesa, ordinò che si ricercasse l’eremita fuggiasco. Dopo molte peregrinazioni, l’umile Monaco fu ritrovato mentre su di una fragile barca tentava  di trasferirsi in Grecia.
Condotto ad Anagni alla presenza di Bonifacio VIII, questi molto urbanamente lo persuadeva a restarsene  nella Rocca di Fumone, facendovelo tradurre accompagnato da cavalieri e sgherri. Si ha ragione di credere che il soggiorno di Pietro da Morrone nella Rocca, che durò meno di un anno, divenisse in seguito durissima prigionia. La strettissima cella nella quale venne rinchiuso, e che si vede tuttora, è perfettamente conservata ed è situata nella parte più interna di ciò che è attualmente il Castello e molto prossima a un trabocchetto, che sino al secolo passato era pavimentato di affilatissime lance con la punta rivolta in alto. Il Marchese Pietro Longhi le tolse per cancellare il crudele ricordo.
Alcune di tali lance vengono conservate ancora dagli attuali proprietari del Castello. Di questo trabocchetto si scorge tuttora la botola situata in alto, ora murata al di sopra, la quale costituiva allora l’insidia per coloro che, entrati nel Castello, non dovevano più uscirne. La prigionia di Pietro durò 10 mesi e finì con la sua morte, all’età di  anni 81.
Vestito del suo logoro saio, disteso su di una rozza tavola, assistito da un suo fedele discepolo, Roberto de Salla, trapassò dolcemente il Pontefice Santo, sublime nella sua modestia e nella sua umiltà, il 19 maggio 1296.


La storia narra di una visione ch’egli ebbe sul punto di morire. Al finestrino dell’angusto carcere, gli apparve, dicono, una luminosissima croce ed in quella radiosa visione il morente passò altra vita. Il suo corpo riposa nella Chiesa di Colle Maggio, presso Sulmona.
Nel 1313 Clemente V lo iscrisse nell’Albo dei Santi.

Ultimo aggiornamento

Lunedi 13 Settembre 2021